Lunedi, 25 maggio 2020

Surreale impatto con l'inquinamento da estrazione petrolifera

Maria Rita D'Orsogna racconta la catastrofe ambientale lucana

ambiente-Maria RitaDOrsogna

Ridono di un riso amaro gli ambienti accademici davanti alla goffaggine di Latronico, Viceconte & co. che, a fronte di un disastro economico ed ambientale quale quello di una Basilicata trivellata da cima a fondo, continuano ad auspicare la riduzione del costo della benzina e a festeggiare dinanzi all’elemosina del bonus card.

Non ridono affatto invece la Ola e il “Movimento 5 Stelle” che chiedono una moratoria per impedire il raddoppio delle estrazioni previsto dal Memorandum. E si consumano nell’amaro senza riso quei lucani sufficientemente informati che hanno scoperto il bluff del petrolio e i trucchi dei loro governanti.

Domenica scorsa la dott.sa Maria Rita D’Orsogna, docente di fisica della California State University,  ha contribuito notevolmente a chiarire le idee ad una folla di materani: chi c’era ha scoperto che le estrazioni petrolifere più che un bluff rappresentano un vero e proprio baro.

Qual è, infatti, il vero prezzo che stiamo pagando per farci trivellare?

La Basilicata è trivellata per il 65% del suo territorio. I suoi giacimenti sono scomodi da raggiungere e molto profondi, per cui per trivellare si usano fanghi e fluidi perforanti in maniera massiccia e non solo nella fase di trivellazione, ma per l’intera durata del pozzo, con rischi di migrazione nelle falde acquifere.

La composizione di questi fluidi è un segreto industriale, ma la sua tossicità è provata scientificamente. Considerando che la Basilicata in più è un grande bacino d’acqua di superficie e di profondità, come è possibile che se dagli USA all’Africa, dalla Norvegia al Messico è stato dimostrato che le estrazioni petrolifere inquinano, qui da noi si fa finta che tutto vada bene, lasciandoci distrarre da un informazione istituzionale che tende a coprire più che a svelare?

È il caso della diga del Pertusillo, un immenso bacino di acqua potabile dove sono stati trovati tracce di metalli e di idrocarburi nei sedimenti e alluminio, ferro,manganese e piombo ben oltre i limiti consentiti. Limiti italiani, che già superano vergognosamente quelli dei Paesi sviluppati: se negli USA la presenza di Nichel nei bacini idrici è tollerata fino ad un massimo di 0,1 milligrammi per litro, in Italia fino a 20; il Manganese negli Usa 0,5 in Italia fino a 50 ; l’Arsenico negli Usa 0,01 in Italia fino a 10 milligrammi per litro.

Eppure paragonando i livelli di inquinanti trovati nel Pertusillo rispetto alla stessa permissiva legge italiana, quello che viene fuori è che, per quanto riguarda le concentrazioni di idrocarburi, si registra la presenza di 6,4 milligrammi per litro di livelli di inquinanti di fronte allo 0,0001 milligrammi per litro permessi dalla legge.

“Abbiamo sfondato i limiti di inquinamento di migliaia e migliaia di volte e nessuno fa niente” ha detto la D’Orsogna, ricordandoci che nello stesso periodo in cui in Basilicata si svelava in sordina questo scandalo, una situazione simile accadeva in Pennsylvania (USA) e costava una multa di 1 milione di dollari ad una ditta di estrazione gas.

Poi bisogna considerare i rifiuti dovuti alle acque di scarto delle estrazioni e ai fluidi perforanti (circa 3.000 tonnellate l’anno per pozzo) che, già di per sé inquinanti, spesso si smaltiscono anche illegalmente. Ed è ancora la fisica italo-californiana a ricordare ai lucani che qualche anno fa si è scoperto che la Total nascondeva rifiuti tossici nei campi coltivati di Corleto Perticara.

Un altro pericolo è rappresentato dai Centro Oli, indispensabili per lavorare il nostro petrolio di bassa qualità e altamente corrosivo, quindi impossibile da trasportare grezzo tramite oleodotti, a meno di non voler corrodere le tubature e versarlo interamente sul suolo.

Nel petrolio lucano c’è una forte presenza di zolfo che va separata dal greggio ed eliminata. Siccome non è possibile eliminarlo tutto, una parte va incenerita dalle fiammelle che bruciano 24ore al giorno per 365 giorni l’anno dal nostro Centro Oli.

Dalle fiammelle viene sprigionato idrogeno solforato, la cui tossicità è paragonabile a quella del cianuro. Le Soglie di emissione di idrogeno solforato consigliate dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità non devono superare il massimo di 0,005 parti per milione, in Italia invece ai petrolieri è consentito per legge disperderne 30 parti per milione.

“Ci troviamo di fronte ad ordini di grandezza fuori da ogni regola e limite. E anche quando l’Eni dice di agire a norma di legge bisognerebbe chiedersi di quale legge parliamo? Di una legge che protegge i petrolieri o i cittadini”?

L’esposizione all’idrogeno solforato costante e duratura nel tempo provoca danni permanenti al corpo umano, tumori, aborti spontanei per le donne gravide. “Perché nonostante abbia scritto a tutti i vescovi lucani, nessuno mi ha risposto?

Perché la Chiesa Cattolica che è così avversa all’aborto e all’eutanasia, tollera l’aborto o l’infertilità dovuta all’inquinamento delle multinazionali?

Perché la Chiesa di Basilicata non difende la vita anche in questo modo e invece tace riguardo agli aborti spontanei e ai cancri che generano le compagnie petrolifere? Forse queste non sono vite e questo non è agire in difesa della vita?”

Si è domandata pubblicamente Maria Rita D’Orsogna, per poi passare in rassegna i rischi sismici che provocano le estrazioni petrolifere. Se in Russia, in California, in Colorado e in Svizzera queste concause sono state ampiamente dimostrate, in Basilicata non è stata minimamente presa in considerazione la valutazione dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia che dice chiaramente che la Val d’Agri è una delle aree italiane a maggior potenziale sismico genetico e l’urbanizzazione e le attività petrolifere contribuiscono ad accrescere il rischio sismico dell’area.

Infine i fenomeni di abbassamento del suolo dovuti allo svuotamento del sottosuolo (subsidenza) e i rischi di incidenti dei pozzi (come avvenne per un pozzo di gas a Policoro nel ’91) mettono a repentaglio intere grosse porzioni di territorio senza che le nostre istituzioni si preoccupino di tutelarci preventivamente.

E le royalties vedono l’Italia e la Basilicata (dove sorge un giacimento petrolifero fra i più grandi d’Europa) in fondo alla coda persino dei Paesi storicamente più avvezzi alla colonizzazione: la Libia richiede il 90% del ricavato delle estrazioni petrolifere, Indonesia, Russia, Alaska ecc. l’80% , mentre l’ Italia è passata da poco dal 7% di royalties al 10%, con una legge che le abbatte definitivamente nel caso la quota di estrazione sia al di sotto di una data quantità.

E chi ci certifica quanto si estrae?

L’ente estrattore. In Basilicata l’Eni, la Total, la Schell. Non è un caso insomma che gli ultimi dati Istat classifichino la nostra Regione come la più povera d’Italia e che le compagnie petrolifere considerino il nostro Paese il luogo ideale dove fare business: “l’Italia ha termini fiscali favorevoli, basse spese d’ingresso, basso rischio politico”…dove “basso rischio politico” sta per  una classe politica compiacente, incapace, “corrotta” ….e noi in Basilicata sull’argomento ne sappiamo qualcosa.


18 gennaio 2012 21:58

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