Martedi, 28 gennaio 2020

Legge anti corruzione e trasparenza, cambiano le cose ma non troppo

2013-06-22 pag.6 Trasparenza atti

C'è chi lo definisce epocale e chi è rimasto perplesso. Sono le due facce dello stesso decreto legislativo: il 33 del 2013. È in vigore  da Aprile scorso, voluto dal governo Monti. Chiarisce alcuni aspetti sulla corruzione pubblica,  privata e sulla cattiva amministrazione. Oltre a dare molte indicazioni,  più stringenti,  sulla trasparenza degli enti pubblici. Nello svolgimento del suo testo sono usati termini come: «eguaglianza,  imparzialità,  buon andamento, responsabilità,  lealtà» e così via. Il tramite tecnologico dell'obiettivo è la rete internet. Infatti,  saranno i siti degli  enti pubblici a essere il riferimento per i cittadini che vogliono 

verificare come si comportano le pubbliche amministrazioni. Un esempio è la pubblicazione obbligatoria degli atti,  pena la loro inefficacia,  anche se già emanati. Fra questi,  per esempio, l'articolo 13: prevede la pubblicazione obbligatoria,  oltre ai  curricula,  della situazione patrimoniale e retributiva dei politici 

e dei dirigenti. Per i primi addirittura anche quella dei parenti, sempre che questi lo consentano. Ed è questo uno dei punti sul quale fa rilevare le sue perplessità,  l'avvocato di Potenza, amministrativista ed esperto nel settore,  Donatello Genovese,  che ha collaborato all'interpretazione del decreto. Genovese ha fatto notare che sarebbe semplice per un politico in malafede intestare tutto a un suo parente e siccome è previsto che questi possa opporsi alla pubblicazione,  farla franca almeno agli occhi dell'opinione pubblica. La «ratio» del decreto,  secondo Genovese,  è soprattutto  il rafforzamento e l'attuazione della normativa anti corruzione, prevista dalla legge 190 del 2012. Grazie al decreto 33 del 2013, i provvedimenti amministrativi - tra cui appalti,  concessioni e  incarichi - devono essere riassunti in una scheda tecnica,  

pubblicata sul sito dell'ente,  quindi accessibile a tutti, diversamente da quanto avveniva prima. Le prestazioni extra di un dipendente - ossia gl'incarichi aggiuntivi retribuiti - devono essere pubblicate sul suo sito internet dell'amministrazione. Lo stesso  principio vale per i benefici economici superiori a mille euro: che siano per sussidi,  sovvenzioni o elargizioni di qualunque natura. Vanno indicati anche i beneficiari. Se questo non accade sono  previste sanzioni economiche per il responsabile della trasparenza che dovrà essere necessariamente nominato. Nel caso dei comuni il  responsabile è individuato nel segretario generale,  che deve  redigere un programma triennale. Viene,  quindi,  sancito il diritto  di chiunque ad accedere alle atti amministrativi pubblicati,  contrariamente alla vecchia legge 241 del 90 che indicava in soggetti con «interessi concreti e attuali» chi poteva accedere agli atti  degli enti pubblici. Su questo capitolo, troppe volte amministratori scorretti hanno preferito «interpretare» Impedendo,  a volte in 

malafede,  anche agli interessati e aventi diritto,  di poter accedere ai documenti. Non era prevista alcuna pena e chi si sentiva leso era costretto a rivolgersi al Tar,  coi relativi costi,  per ottenere giustizia. Il decreto 33 non si applica direttamente agli enti privati,  pur se partecipati da enti pubblici. Ma è previsto il  

principio del controllo dell'ente proprietario. Quest'ultimo deve: o pubblicare sul suo sito quanto previsto dalla norma o controllare che  la società privata lo faccia sul suo sito. «Alla fine della fiera - ha detto Genovese - le lacune ci sono e il decreto appare una delle  tante cose fatte a metà,  all'italiana». Lasciando in parte delusi  coloro che vedevano in questa norma una svolta anticorruzione a favore della trasparenza negli enti pubblici.


02 luglio 2013 09:44