Martedi, 28 gennaio 2020

Ciocchegiusto: "L'autista"

L'avvocato Ciocchèggiusto, quella mattina di febbraio, non teneva genio di alzarsi alle cinque per arrivare al Tribunale di Firenze, ma sapeva di non poterne fare a meno. Così si mise a sedere sul letto con le gambe ciondoloni e le dita dei piedi alla ricerca tattile delle pantofole. Così faceva di solito quando, dovendosi levare controvoglia, riduceva al minimo gli sforzi godendosi sino all'ultimo secondo il tepore delle lenzuola nel silenzio ancora assoluto che precede l'albeggiare. Ne trovò una, la manovrò con insospettabile perizia per inforcarla con il piede sinistro e subito sguinzagliò il destro all'esplorazione del pavimento. Pochi tocchi sapientemente distribuiti ed ecco anche l'altra pantofola. Il tempo volutamente comodo con cui gestiva il risveglio era compensato da quello sbrigativo della toletta e così, a Dio piacendo, anche quella faticosa giornata poteva cominciare. Sotto il portone di casa, lo aspettava il fido Felice con l'autovettura in moto. Era, questi, un impiegato del Catasto Pubblico, addetto in qualità di autista al servizio del dirigente provinciale. Non si comprende quale legame lo vincolasse all'avvocato Ciocchéggiusto ma, certo, doveva legarlo perbene, giacché impiegava intere giornate che avrebbero dovuto essere lavorative per l'ente che lo retribuiva scarrozzando qua e là l'avvocato. A volte, persino, con l'auto blu! Felì, iniziò Ciocchéggiusto entrando in macchina, Felì, oggi non teng genio 'e fà nient', sto scfastidiat' (non ho voglia di fare niente, sono sfastidiato). Comm vulit' vuie (come volete voi), rispose Felice ossequioso, ingranò la marcia e fu tutta una tirata sino al Tribunale di Firenze. Ciocchéggiusto russò sonoramente per tutto il viaggio e "Felì" s'interrogava sul perché gli fosse toccata quella pena senza fine. Ciocchéggiusto lo chiamava spesso e gli diceva solo vieni lì alla tale ora, andremo nel tale posto e staremo tot ore. Mai un "per piacere" e nemmeno un "grazie", solo ordini perentori. L'unico vantaggio, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, ma forse anche no, era di poter contrabbandare quei viaggi con attività istituzionali dell'ente che gli pagava il mensile. Una vasta rete di complicità, di non visto e non sentito, gli permetteva di registrare quelle uscite alla voce "trasferta", con tanto di diaria e, all'occorrenza, anche straordinario.

I sobbalzi del ciottolato di Firenze, interruppero un qualche sogno di Ciocchéggiusto che, sbarrando gli occhi di soprassalto, esclamò a gran voce: "aglio e fravaglio, sventura e veggenza...", facendo spaventare a morte Felice. Resosi conto di aver avuto un incubo, Ciocchéggiusto ebbe una qualche parola di giustificazione terminando con il suo solito anatema: "io facc' e' ccorn, e ssa vet' iss e tutta a razza soie (io faccio le corna, e se la vede lui e tutta la razza sua). E mentre lo diceva, benediceva l'aria con ampi gesti della sua mano sinistra con indice e mignolo protesi mentre medio ed anulare erano raggomitolati e trattenuti dal pollice. Felice annuì, lui era solo un autista e queste cose le conosceva bene.

 

 (Continua)  Mattìa Solveri

Redazione on line
10 maggio 2013 12:40