Lunedi, 25 maggio 2020

Il petrolio non è sinonimo di ricchezza

Il comparto agricolo ha perso 20 mila posti di lavoro e produzioni di qualità a fronte di 143 lucani impiegati nei centri petroliferi

pittella

Chi crede all'equazione petrolio uguale innovazione e ricchezza, dovrebbe consultare i numeri relativi allo sviluppo della Basilicata dovuto all'estrazione dei combustibili fossili. La regione da cui si estrae l'80 per cento del petrolio italiano ha il prodotto interno lordo (pil) più basso del Paese, 265 impiegati nel settore estrattivo (a fronte di 576mila abitanti) - di cui 143 lucani - e le royalties più basse del mondo.

Il Presidente Marcello Pittella smentisce voci in cui si diceva che le aziende agricole chiuse in Val D'agri e zone di estrazione ammontavano a 24 mila, ma riferisce che dai dati certi risulta siano "solo" 7 mila. E per questo dovremmo essere contenti! Ma se pensiamo che per ogni azienda agricola, magari a conduzione familiare, lavorano circa 3 persone, possiamo affermare di aver perso circa 20 mila posti di lavoro a fronte di 143 lucani che lavorano nei centri Eni e Total impiantati in Basilicata a tempo determinato. Per lo più in un comparto, quello agricolo, di cui Pittella stesso ne dacanta le potenzialità, sopratutto per la qualità delle nostre produzioni agricole.

E' chiaro che questo avrebbe portato lavoro e ricchezza alla popolazione locale, ma questo evidentemente non interessa ai nostri politici che preferiscono far arricchire le compagnie petrolifere concedendo tutte le agevolazioni del caso. Con le royalties più basse del mondo.

Le royalties che le aziende del petrolio versano in generale all'Italia sono tra le più basse d'Europa: il 10 per cento contro il 77 per cento della Danimarca, il 78 per cento della Norvegia e l'82 per cento dell'Inghilterra. Concludono la carrellata uno dei tassi di migrazione tra i più alti: dalla Val d'Agri sono partite più di mille persone negli ultimi dieci anni facendo impennare la percentuale di anziani sul totale, che è la più alta del Mezzogiorno.

Se a questo si aggiunge la carenza delle infrastrutture, un'arretratezza nel settore dei trasporti e la soppressione dei servizi essenziali in molti comuni, possiamo dire che la Basilicata non si è arricchita grazie al petrolio, nonostante si estraggano 90mila barili al giorno da 37 pozzi (su 482 realizzati negli anni).

Per non parlare dell'impoverimento del suolo e del paesaggio: l'inquinamento nel sottosuolo dovuto alle sostanze chimiche "coperte dal segreto industriale", i traccianti radioattivi per favorire l'ingresso delle trivelle e i rischi geologici e sismici.

Italia Nostra indica nella competizione tra petrolio e acqua la sfida per il futuro di questa bellissima terra. La regione, infatti, costituisce il più grande serbatoio idrico dell'Italia centromeridionale e ospita la diga in terra battuta più grande d'Europa, monte Cutugno. Per ogni litro di petrolio ne occorrono otto d'acqua e dieci litri di sostanze inquinanti vengono rimesse nell'ambiente. Così, nell'invaso del Pertusillo che fornisce acqua a milioni di abitanti tra Basilicata, Puglia, Calabria e Campania, da alcuni anni si registra una ciclica moria di pesci collegata, secondo le indagini proprio allo sfruttamento del petrolio.

Le estrazioni di idrocarburi offrono vantaggi irrisori sotto il profilo energetico ed economico, come scrive lo stesso ministero dello Sviluppo economico: le nostre riserve di idrocarburi ammontano a 130 milioni di tonnellate, di cui solo il 30 per cento definite "certe" (il 50 per cento sono "probabili", il 20 per cento "possibili"), destinate quindi ad esaurirsi in poco tempo.

 

Redazione on line
18 aprile 2016 14:51

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