Venerdi, 28 febbraio 2020

Je suis Charlie e le divinità terrene

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Je suis Charlie! Il messaggio si va espandendo in maniera del tutto esponenziale. A ragion veduta! E soprattutto a protezione della memoria di vittime del loro stesso impegno lavorativo e a ciò che questo impegno si rivolgeva: la libertà di espressione! Ossia un diritto riconosciuto negli ordinamenti democratici e da tutte le moderne costituzioni, sebbene proprio la Costituzione Italiana ha posto alcune considerazioni del tutto particolari per limitarne l'uso. Ad essa sono inoltre dedicati due articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948. Fin qui una regolamentazione che chi si occupa di giornalismo non può certo sottovalutare per non incorrere in situazioni spiacevoli. Nel caso del giornale curato dai vignettisti del Charlie Hebdo la libertà di espressione era del tutto esplicitata nei disegni che, in realtà, lasciavano ben pochi dubbi sulla loro interpretazione. Un pensiero che si tramutava sulla carta e che ha dato adito a quella tremenda reazione sfociata nell'omicidio da parte di soggetti oltremodo indispettiti da quella manifestazione piuttosto palese di "libera espressione". In fin dei conti, come suol dirsi, carta canta o ancora scripta manent. In sostanza la libera espressione, nelle pubblicazioni di Charlie Hebdo, si materializza e diviene pertanto soggetta a critica, magari anche feroce, ma certamente non giustificabile con l'uso della violenza omicida dettata da una fede religiosa che, in quanto tale, con comprende in alcun modo il ricorso al sacrificio umano. La libertà di espressione, in fin dei conti, è solo una parte di un più vasto scenario appartenente alla libertà d'informazione, sancito dalla Costituzione Italiana dove è scritto che" Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."  Belle parole, se tutto ciò trovasse il dovuto riscontro nella realtà dei fatti! Parlare, scrivere o utilizzare altro mezzo di diffusione (vignette comprese dunque) altro non sarebbero che l'esplicita e libera  manifestazione del pensiero, anche perché ognuna di queste azioni comporta altrettanto esplicite esternazioni verbali o scritte che siano e perciò soggette a critica, magari anche feroce, ma che certamente non giustificano alcun tipo di violenza, che non necessariamente debba sfociare in furia omicida. Le reazioni scomposte al confronto della libertà d'informazione sono da considerare altrettanto deleterie, alla stregua di quelle più sconcertanti e dannose manifestate con l'inusitata violenza negli attentati. Non lascia vittime sul terreno, ma certamente provoca rovinose conseguenze. Nel Belpaese le reazioni scomposte si verificano soprattutto quando a essere oggetto di parole, scritti o vignette sono politici o professionisti di millantata autorevolezza, spesso protetti da una coltre di dubbia e malsana originalità, associata per lo più a componenti di tipo mafioso o massonico e per questo convinti di potersi permettere qualsiasi forma di persecuzione nei riguardi di chi confida nel diritto di poter esercitare la libera informazione, magari con parole o con scritti o vignette che siano. Parimenti come gli attentatori di Parigi nel momento che confutano, purtroppo, con la violenza la libertà dei giornalisti di Charlie Hebdo, così costoro credono di poter confutare con le loro azioni scomposte e dannose, oltre che prepotenti in virtù della loro malsana e dubbia"protezione", chi esercita il diritto della libertà d'informazione. Persino se supportata da fatti e atti di chiara verità! In virtù di strane connivenze giudiziarie, costoro riescono a plagiare e a volte anche a plasmare, in maniera del tutto illegale, volgendoli a loro favore e incidendo sulla ingenua pubblica opinione le loro lerce magagne. Quale è la differenza sostanziale? Gli attentatori di Parigi hanno agito, seppure in maniera del tutto non condivisibile, in nome di una divinità in cui credono fermamente. Costoro invece agiscono in virtù di fattori materiali e di "meriti" acquisiti anche indegnamente con il loro comportamento ambiguo e opportunistico. A meno che loro stessi non credano di essere "divinità" terrene e per questo si considerano intoccabili o persino innominabili, alla stregua dell'antico diritto di lesa maestà! Ma, in verità, nel Belpaese si verifica ancora di più e di più strabiliante! La parola si sente, lo scritto rimane impresso sulla carta così come una semplice vignetta, ma il pensiero inespresso rimane nella testa di ognuno di noi e non può essere confutato in alcun modo, né perseguito o essere condannato. Eppure capita anche questo nel nostro cosiddetto Belpaese e in qualche aula di tribunale per proteggere questi personaggi "divini" di nome e non certo di fatto. Pensateci un po' (è proprio il caso di dirlo) ma state in guardia e magari evitate di dedicare vostri pensieri a qualcuna di questa "divinità" terrene. A vostro rischio e pericolo. Roba da matti! 

 

 


14 gennaio 2015 15:30

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