Martedi, 28 gennaio 2020

Il difficile rapporto tra giustizia e informazione(1 e 2)

ingiustizia

Giustizia e Informazione: il tema è stato affrontato in un incontro presso il Centro Levi a Palazzo Lanfranchi a Matera, moderato dalla presidente del Centro, Maria Antonietta Cancellaro. Relatori Laura Triassi  Magistrato - Sostituto procuratore D.D.A. di Potenza, Oreste Lo Pomo  Giornalista -Caporedattore T.G.R. Basilicata e Leonardo Pinto Avvocato - Consigliere nazionale A.N.F. . Dopo i qualificati interventi dei relatori si è anche aperto un dibattito con i presenti. Nel corso dell'incontro si è assistito a variegate esternazioni degli illustri relatori sull'argomento che hanno ingenerato alcune perplessità a vario titolo. La figura del giornalista con le sue relazioni in campo giudiziario, nella esposizione di Lopomo ha riguardato in particolar modo chi opera nel settore dell'informazione inseguendo lo scoop giornalistico o chi pur non essendo formalmente dei giornalisti è colto dalla mania di protagonismo e utilizza mezzi di comunicazione, in particolare televisivi, per estremizzare accadimenti di quotidiana cronaca. Situazioni che sono state prese quasi ad esempio dalla Triassi per difendere situazioni e comportamenti da parte degli organi giudicanti, in un discorso di ovvia serietà nei confronti di tali operatori dell'informazione che certamente non rappresentano l'intera categoria dei giornalisti. A ricondurre sul piano di equità sociale nel rapporto tra giustizia e informazione ci ha provato Pinto, rimarcando alcune situazioni pratiche, supportate peraltro da sentenze a riguardo e cercando di condurre il discorso verso una più confacente interpretazione del rapporto tra giustizia e informazione, vero oggetto dell'incontro. Alcune riflessioni personali in proposito. La sintesi dell'incontro ha condotto all'asserzione che i giornalisti si lasciano spesso andare a comportamenti non idonei, magari anche indotti da costrizioni esterne o in seno alle sedi di lavoro e che faticano in qualche modo nel contenersi nei limiti di una giusta etica e deontologia professionale, ritenendo giustificato a questo punto l'essere perseguiti in via giudiziaria. Per fortuna tra i giornalisti vi sono anche chi lo scoop non lo ritiene una ragione di vita o che si limita ad assolvere al suo compito osservando i principi di deontologia e etica professionale. Sono quelli che magari sembrano destinati ad una considerazione di secondaria importanza nel mondo dell'informazione, fino a diventare l'anello debole della filiera e per questo più facilmente da sottoporre a improbabili metri di giudizio. I magistrati dal canto loro, pur non immuni da spettacolarizzazione nei loro giudizi e comportamenti, non corrono alcun pericolo di essere sottoposti a penalizzazioni di alcun genere, per cui si ingenera la convinzione dell'imparzialità e della giustezza da parte di costoro, quando sottopongono anche i giornalisti alle loro sentenze. A onor del vero giustizia e informazione, sia come singole definizioni che nel loro rapportarsi, rappresentano due aspetti fondamentali della democrazia di un popolo civile. Se entrambi fossero applicate e esercitate secondo dettami che vanno incontro al bene comune, senza privilegiare l'interesse privato ma a beneficio dell'interesse pubblico, si potrebbe parlare d'intenti votati a equità e giustizia. Entrambe non dovrebbero travalicare il loro alto e nobile compito nei riguardi della società: il giornalista deve esercitare la professione ispirandosi ai principi della corretta informazione, peraltro ben regolata non solo dalle convenzioni in materia ma soprattutto dalla Costituzione Italiana. Quella stessa Carta Costituzionale che impone ai magistrati di applicare la legge, in maniera equa nell'esaltante principio che "la legge è uguale per tutti"! Principi questi che risentono purtroppo di una moralità dispersa, ora da una parte e ora dall'altra, che comporta l'assoggettarsi a insani criteri, succubi di una deleteria e dilagante corruzione, come ci riferiscono oramai le cronache di ogni giorno. Da evitare ci sarebbero, insomma, azioni di estrema irregolarità che coinvolgono ora l'una ora l'altra parte in maniera alquanto sconcertante per un Paese che dice di essere democratico e rispettoso della legge. 

Giustizia e informazione sono due concetti che garantiscono un giusto processo democratico del Paese, allorquando vengono correttamente applicati. Non vi è alcun dubbio in proposito! Attenersi ai giusti canoni di entrambi gli aspetti consentirebbe senza alcun dubbio un equilibrato benessere nella società civile. E' questo un vero auspicio che purtroppo trova difficile riscontro nella società moderna. Lungi dal pensare di fare, come suol dirsi, di tutta un erba un fascio, la realtà dei nostri giorni ci costringe ad affrontare situazioni in cui o la giustizia o l'informazione non riescono proprio, in virtù di sconcertanti fattori, a seguire un percorso di normale attuazione dei loro compiti specifici. Capita cioè che quando il giornalista non si attiene a precisi canoni professionali rischia giustamente di sfociare nell'accusa di diffamazione e di subirne le conseguenze, in particolar modo se si trova al cospetto di una giustizia che applica correttamente la legge. Si può convenire che non sia un caso del tutto inverosimile, anche se spesso la suscettibilità di personaggi, soprattutto pubblici, è talmente sottile da determinarne conseguenze persino evitabili. Capita anche che al giornalista che nelle sue esternazioni si attiene a canoni professionali nei confronti di personaggi pubblici, soprattutto politici, si vada a scontrare con una giustizia ben più propensa alla protezione del potere politico o come spesso accade del potente di turno, interpretando la legge a suo uso e costume, incurante delle conseguenze delle proprie azioni. Le due situazioni inducono a pensare che qualcosa in questo sistema proprio non va! La coesistenza tra giustizia e informazione appare decisamente bacata da comportamenti umani che nulla hanno in comune con un giusto equilibrio tra giustizia e informazione. Nel primo caso il giornalista produce un tipo d'informazione che certamente deriva da una sudditanza o della linea editoriale o di qualche personaggio influente, nella convinzione di poterne trarre dei personali vantaggi economici o di carriera e per questo poco si cura dell'etica professionale e dei precisi doveri a cui attenersi. Al cospetto di una giusta applicazione della legge le tragiche conseguenze per chi si occupa d'informazione appaiono del tutto legittime. Nel secondo caso, che è poi quello più ricorrente, al giornalista che pure si attiene ai suoi doveri e si affida nelle sue esternazioni ai diritti/doveri consentiti dalla legge nel campo dell'informazione, magari anche supportato da sentenze in materia che dovrebbero garantire la sua possibilità di espressione o di opinione, capita di scontrarsi con una giustizia anomala, con una parvenza di falsa equità, affidata a operatori capaci di sconcertanti decisioni, anche a dispetto della stessa legge, ma piuttosto favorevoli a salvaguardare il classico uomo potente di turno, sia esso appartenente al potere politico o portatore di cospicui interessi privati. Ora, però, al cospetto di un iniquo comportamento della giustizia, a subirne le conseguenze è pur sempre chi opera nell'informazione. Chi non applica la legge, come sarebbe suo preciso dovere, non rischia assolutamente nulla. Anzi riesce persino ad aumentare il suo credito personale e magari a beneficiare anche di progressi notevoli in carriera, utilizzando l'appoggio dei politici o dei potenti di turno. Lo squilibrio tra giustizia e informazione, in tali condizioni, è del tutto evidente! Purtroppo la seconda ipotesi porta gli esempi più spiacevoli nell'epoca attuale. La presenza nel potere giudiziario di esponenti che subiscono influenze deleterie dal potere politico, da personaggi di millantata autorevolezza o anche di appartenenza a organizzazioni di tipo mafioso o massonico li inducono, nei loro spropositati giudizi, da impuniti, a penalizzare chi "osa" rispettare la legge al fine di poter così tutelare chi li protegge in qualche indecente maniera. Avallando così la convinzione che oggi deve temere di più chi rispetta la legge piuttosto che chi non la rispetta. Rispettare le legge, in quest'epoca, rischia di farsi catalogare tra gente anormale. L'illegalità e la corruzione, invece, appaiono come una sconsolante realtà, che non tiene conto del bene comune, ma si premura di privilegiare anche loschi interessi privati!

 

 

 

 


05 dicembre 2014 20:07

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